Abhyāsa – vairāgya / Pratica intensa – distacco / Sutra I – 12

Abhyasa, la constante pratica interiore e vairagya, distacco o assenza di desideri, due parole importantissime per PatañjaliLe linee guida che governano la nostra personalità non sono del tutto intellettuali, se così fosse allora abhyasa, lo sforzo costante e ripetitivo, non sarebbe necessario. Qualunque cosa, se è razionale, la comprenderemo con la mente, ma questo non basta. Affinchè tutto il nostro corpo comprenda qualcosa, abbiamo bisogno di qualcosa di più della testa, altrimenti non riusciamo a trasformarci.
Continueremo a essere gli stessi ed è probabile che le nostre idee cambino ma non la nostra personalità.
Continuerà il conflitto o peggiorerà perché si sa che cosa è sbagliato, ma continuiamo con gli schemi e le abitudini che ci fanno male. Qui inizia l’autocensura, più si capisce e più è difficile vedere il cambiamento. Solo la pratica costante “del presente” fino a quando penetriamo in quello spazio “involontario” oltrepassando la mente volontaria e riempendo tutto il nostro essere fino a farlo fonte di questa presenza e comprensione. Così come abhyasa o la semplice ripetizione va risvegliando il nostro inconscio, senza sforzo, naturalmente.

In realtà, ciò che accade è che di solito la mente è contro “quello-che-è” sempre alla ricerca di qualcosa più in là. Yoga significa che ora non c’è speranza, non c’è futuro ora, ora non c’è desiderio, allora la tua mente si apre a “ciò che è” la realtà senza giudizio o proiezioni. Questo si chiama vairagya.